Il Piano Casa Straordinario del Comune di Milano presenta segni sia di continuità che di discontinuità in relazione alle politiche abitative seguite fino ad oggi.

Da una parte, il piano riconosce l’inadeguatezza delle politiche condotte fino ad ora e l’incapacità di molta parte dell’attuale edilizia residenziale sociale di rispondere alla domanda abitativa non solo dei ceti popolari ma anche di gran parte dei ceti medi. Ugualmente, propone strumenti – quale il diritto di superficie novantennale e una nuova definizione di edilizia residenziale sociale – innovativi e in discontinuità con quanto fatto fino ad ora.

Dall’altra, il piano non assume fino in fondo tale valutazione critica del pregresso rinunciando così ad assumere una strategia complessiva che riguardi i tanti aspetti della crisi abitativa ed i fattori che la producono, fra i quali il sotto-finanziamento strutturale dell’edilizia residenziale pubblica e la sregolazione degli affitti brevi e turistici. Allo stesso modo, riconferma politiche che hanno contribuito ad aggravarla, quali l’alienazione del patrimonio pubblico nelle aree centrali della città.

Siamo consapevoli che alcuni degli aspetti citati – la limitazione degli affitti brevi, quella più ampi degli affitti a libero mercato, l’assenza di un canale nazionale di finanziamento dell’edilizia pubblica – non siano di diretta né esclusiva competenza comunale, ma pensiamo che il comune possa fare di più per rivendicare interventi a livello nazionale e nello sperimentare soluzioni che prefigurino misure da realizzare poi a livello nazionale.

Nello specifico di quanto proposto nella delibera programmatica intendiamo sollevare alcune questioni critiche. Se risolte, il piano può – nonostante i limiti evocati – rappresentare un passo in avanti importante nella giusta direzione.

In particolare, occorre:

1) prevedere nelle aree individuate anche la realizzazione di alloggi, sia di ERP sia di ERSC, di diretta iniziativa pubblica che rimangano di proprietà comunale. La costruzione degli ultimi alloggi di iniziativa comunale risale ad oltre vent’anni fa, e l’uso di aree di proprietà pubblica – la risorsa più preziosa di cui disponiamo in città – non può che essere associato anche ad una diretta iniziativa pubblica che affianchi e integri quella del settore cooperativo e di altri attori;

2) definire meglio la composizione prevista dell’offerta di alloggi, assicurando un’offerta diversificata maggioritariamente in affitto e che dia risposte – non solo alla graduatoria dell’ERP ed all’emergenza abitativa – anche attraverso l’iniziativa diretta – ma anche alla fascia più bassa nell’intervallo di prezzo individuato nella delibera;

3) chiarire i termini di composizione della platea delle persone eleggibili alla nuova offerta di alloggi realizzata nell’ambito del piano, privilegiando in particolare la formazione di una graduatoria pubblica gestita direttamente dal comune che assicuri l’inclusione di profili sociali più fragili;

4) sperimentare forme di tassazione degli immobili vuoti attraverso una ridefinizione delle aliquote IMU e di altre forme di intervento quali quelle proposte – nel caso del Comune di Torino – nell’ambito della delibera di iniziativa popolare “Vuoti a rendere”;

5) revocare la scelta di procedere con l’alienazione del patrimonio pubblico nelle aree centrali della città. Una scelta sbagliata per le sue premesse – l’idea che chi non è benestante debba necessariamente vivere in periferia – ed inefficiente, perché porta il comune ad alienare interi edifici mentre lamenta gli alti costi di gestione del suo patrimonio collocato in condomini misti. Più complessivamente, il comune deve procedere ad una mappatura di tutto il patrimonio dismesso – non solo quello residenziale – ed avviare studi di fattibilità per la sua conversione in alloggi sociali destinati ad una platea vasta, che ricomprenda i destinatari dell’ERP e dell’ERSC.

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